Thailandia

Mae Sot, ovvero Little Burma

Cari amici e fratelli,

perdonatemi se è tanto tempo che non vi scrivo e nel frattempo è sopraggiunto un nuovo anno. Quello della fine del mondo (per chi ci crede), ma come disse un mio amico, riferendosi alla crisi italiana e al nostro stupido nuovo anziano governo: “L’unica salvezza è che la profezia della fine del mondo si avveri!”
Intanto le cose vere, reali accadono. I giorni trascorrono caldi, col solo fastidio di miliardi di zanzare onnipresenti e pungenti.  Il progetto con le famiglie procede e si innova tra le tante difficoltà e differenze culturali, religiose e sociali. I birmani non solo credono ai fantasmi, ma li vedono proprio, nelle campagne e nelle case. Ma non hanno paura. Io invece, ho perfino paura dei topi, che ogni notte passeggiano sul tetto di lamiera della nostra casa e talvolta entrano in camera e sbirciano nel mio zaino, buttando giù, nel loro passaggio barattoli di creme e repellenti per zanzare, appoggiati sul comodino.
Se i giorni sono intrisi di sorrisi birmani, spesso macchiati dal rosso della noce di betel, le notti trascorrono spesso insonni, disturbate dai topi anzidetti, dagli interminabili concerti gospel degli ululati dei cani randagi, dai gatti in calore, dai gechi cacciatori e da stupidi galli senza orologio.
2012 baci, distribuiti equamente.
Mae La Camp
Cari amici e fratelli,
il viaggio continua. Siamo tornate a Chiang Mai e dopodomani tenteremo di arrivare in Birmania. Ogni giorno centinaia e migliaia di profughi scappano da quella terra bellissima, governata dai tiranni, per vivere di stenti altrove. Pochi davvero riescono a cambiare vita e renderla migliore e talvolta, come è in uso dire da noi, passano dalla padella alla brace. Tutte le migliaia di persone, per esempio, che vivono nei campi profughi. Certo, non stanno più ai lavori forzati, nè devono sottostare ai padroni, ma non si può certo affermare che siano liberi! Quando ho visitato Mae La (il campo profughi più grande di tutta la Thailandia), ho visto visi che mai dimenticherò, alcuni felici, nonostante tutto, alcuni rassegnati e impotenti. Stanno chiusi in un esteso recinto e all’interno vivono in baracche di legno costruite a palafitta. Dentro il campo hanno l’essenziale: i negozietti di frutta, snack, la macelleria senza sistema di refrigerazione, la parrucchiera che propone un taglio alla Britney Spears. Ma fuori dal recinto non possono nemmeno attraversare la strada, pena l’arresto! Vivono con tutta la dignità che hanno dentro, tirando fuori tutta la loro forza d’animo, coltivando la speranza che qualcuno li liberi da un incubo lungo una vita. Ho incontrato una vecchietta, che ha voluto stringermi la mano, pensando fossi una giornalista. Ne ho abbracciato un’altra che aveva il certificato dell’UNHCR, che attestava il suo stato di profuga per motivi politici, ma dal 1993 ancora stava lì. Stringeva in mano un biglietto da 50 bath (poco più di un euro) e voleva darlo al monaco per tirarla fuori da lì.Non so se avrò modo di scrivervi dalla Birmania, sono rimasti ad un’economia contadina e la tecnologia è qualcosa di molto lontano, come la libertà. Tenteremo il più possibile di non sovvenzionare il governo, cercando pensioncine a conduzione familiare, anche se poi, purtroppo, sempre, gran parte dei soldi spesi dai turisti, vanno a rimpinguare le casse dello Stato, lasciando il popolo nella più cruda miseria e nella completa ignoranza su ciò
che sta fuori dai confini.
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