Donegal, Irlanda

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243Il viaggio comincia nella testa, sostiene Simona Vinci. E a me dev’essere cominciato mentre sguazzavo ancora nel liquido amniotico, rinchiusa nel ventre dell’unica madre che sia mai esistita. Sono felice solo ALTROVE. OVUNQUE! E allora mi programmo un viaggio wwoofer in Irlanda. Il tempo di finire la tesi con le interviste degli ex-prigionieri politici birmani e si parte. Faccio il biglietto, poi la Ryanair ha l’ardire di annullare tutti i viaggi da Verona. Allora ri-faccio il biglietto aspettando il rimborso per il volo mai volato. La famiglia che scelgo e mi sceglie vive a 5 minuti dalla spiaggia, nel Donegal. L’unico elemento mi sembra assolutamente sufficiente. Cosa so di loro? Poco o niente, a parte che il capofamiglia si chiama Heike, che hanno 2 figli di 8 e 16 anni. Per il resto: solo la foto dei loro cani. Cosa andrò a fare? Boh, muretti a secco presumo! Tento invano di migliorare il mio inglese maccheronico: m’immagino già la figura di “My name is Tanino” che farò, ma non c’è nulla che possa spaventarmi. Così il giorno prestabilito prendo il treno per Brescia e faccio un viaggio stipata in 2 metri quadri, nel piccolo atrio vicino alle porte, con altre 17 persone. Le due signore spagnole incollate a me non fanno altro che ripetere: “Que barbaridad! Por Diòs!”. Mentre passiamo nelle campagne della Valle Padania si sente una gran puzza di merda, la vicina si tappa il naso con la sciarpa, io spero sia in atto la putrefazione dei leghisti all together: è l’unica cosa che auspico! Il treno accumula ritardo e perdo l’unica coincidenza con quello per Bergamo. In 4 prendiamo un taxi e passo il tempo incollata al pilota dell’aereo per Cagliari e a un emigrato in Germania, mentre il povero tassista 81enne (ex leghista, salvato in extremis dall’eccidio delle campagne circostanti) si sfoga sull’Italia, le camicie verdi traditrici ed Equitalia. Finalmente raggiungo Orio al Serio, ma per arrivare al Gate faccio solo passi da formica, inglobata nella fiumana nell’era della globalizzazione galoppante. In fila c’è una ragazza indiana di 24 anni che ha voglia di chiacchierare e si lamenta per l’intensa giornata lavorativa che avrà il giorno successivo a Dublino. Mi dice che lavora per la Google Italia e che sono pieni di riunioni e meeting, che fatica! Le risparmio tutte le mie raccolte delle mele con le mani ghiacciate, tutte le pentole che ho lavato al ristorante e le bombole che mi sono caricata sulle spalle per adagiarle nel cofano di uomini tristi e cancarati. Delle pulizie di case che non abiterò mai, delle vecchie stuccature fatte saltare a colpi di piccone alla Certosa di Pavia eccetera eccetera. La renderei solo triste e perdente! Passo una notte in ostello a Dublino e la mattina dopo prendo un autobus per Letterkenny. Lì verrà a prendermi Heike, ma non sa di preciso a che ora. Trascorro un paio d’ore buone a girovagare nel centro commerciale con le valigie sul carrello della spesa: stile italian Stazione Termini Clochard. Poi Heike arriva e non c’ha i baffi, perché il capofamiglia di quella famiglia lì non prevede uomini al di sopra degli 8 anni! In macchina parliamo di tutto, come se ci conoscessimo da sempre. Dal finestrino la vegetazione cambia sovente fino ad arrivare ad una sterminata radura di muschio marroncino, di laghi e di rocce. Le strade si fanno sempre più anguste e la riga di mezzeria è un naturale interminabile ciuffo d’erba o di giunco. Passiamo la cena a raccontarci, sorseggiando un Ripasso Valpolicella: scopriamo che abbiamo molte cose in comune e siamo d’accordo su valori e aspettative. Ridiamo complici e sono passate solo una manciata di ore, dalla prima volta che ci siamo viste. Dormo nella stanza di sua figlia Eyla, perché lei è al college e torna solo nel weekend. Le due settimane trascorrono veloci tra erbacce da estirpare e birre da bere e pisciare, tra spiagge incredibili e mari rabbiosi, tra i suoi amici irlandesi e il vento che già soffia gelido. Giochiamo a nascondino con Neil, ingurgitiamo zuppe calde, ci scaldiamo con la torba. Andiamo a Derry per il vestito di una sorta di Ballo delle Debuttanti che Eyla deve sopportare a fine college. I loro cani sono affettuosi e intelligenti e mi seguono ovunque io vada. E poi c’è il gatto che per me si chiama Mici come tutti i gatti di questo mondo, pronunciato con la vocina stridula che fa Flavia quando va in loop per gli animali della terra : MiC-Ci, MiC-Ci! Sarà la mia rovina: dal primo giorno non mi chiamo più Barbara, ma Mici. E va bene così!

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