Istanbul Istanbul

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Parto in un una giornata fredda, con una valigia più grande di me, manco mi dovessi trasferire sulle sponde del Bosforo. L’aeroporto di Sabiha Gokcen sta nella parte asiatica della città e ci vogliono 60 km per raggiungere Istanbul: un autobus, un traghetto e un tram nuovo di zecca. Sultanahmet è la parte più vecchia e ricca di storia, intrisa di un fascino che sarà difficile  scordare. La pensione sta proprio lì, dietro l’Aghia Sophia che non è più una chiesa e nemmeno una moschea. È un ibrido bellissimo color pesca fuori e pieno di mosaici dentro, antichi quanto le guerre di Costantinopoli. Arrivo alla pensione con Laura che son già le 20.30, stremata da 20 kg di vestiti che tanto so già che mi metterò sempre e solo quei due, mandando al diavolo l’ultimo straccio di femminilità senile che mi sia rimasto! Il portiere appena mi vede s’illumina, come se fossi l’ultima visione della Madonna. Dico: I’m Barbara! …I know, risponde lui. Bentornata! Mi dice che ci siamo già visti l’anno scorso, e che gli faceva piacere rivedermi. Io rispondo che no, questa è la mia prima volta ad Istanbul e in Turchia. Are you sure? Allora decide che ci siamo visti in un’altra vita, una precedente. Senz’altro! Per la prima settimana mi fa una corte spietata e m’incalza di domande: Sei sposata? Sei innamorata? Hai bambini? Poi si stanca e mi lascia in pace. Per sette giorni c’è un piacevole sole e le temperature sono più miti, ma quando piove e tira vento, vorrei aver prenotato una banalissima settimana a Sharm per abbrustolirmi al sole. Per entrare nelle centinaia di moschee disseminate per la città mi tolgo le scarpe e mi copro la testa, rispettosa dei loro comandamenti. E mi fa male scoprire che non si è tutti uguali davanti a nessun Dio: le donne nascoste dal velo, sono relegate in un angolo minuscolo, separate da una grata e lì devono stare! Ai maschi è concessa invece ampia libertà di movimento. Possono prostrarsi, passeggiare, chiacchierare, chiedere consigli all’Imam. Le donne passandomi accanto, mi sussurrano parole incomprensibili in turco e quando dico che sono italiana, mi guardano incredule: Ma che stai dicendo? C’hai gli occhi e la fronte da turca! In strada gli uomini mi chiedono persino informazioni stradali in turco. I don’t understand! Nessuno sembra convinto. In dodici giorni giriamo in lungo e in largo, tuffandoci nel bazar delle spezie e in quello più grande d’Europa, regalandoci la visione mistica dei Dervisci Rotanti e un bagno turco, dove un’istanbulla mi lava, massaggia e rivolta come un calzino. Un po’ rude, certo, ma efficace, perché esco da lì violata amorevolmente. Andiamo nell’Isola dei Principi alla ricerca della casa di Trotsky, visitiamo il quartiere più integralista di Fatih, percorriamo le antiche mura, ci facciamo un’overdose di arte contemporanea nel Istanbul Modern, ci affacciamo dalla torre di Galata, ci imbattiamo per sbaglio nel Centro Sociale di Nazim Hikmet, torniamo due volte nell’affascinate quartiere asiatico, tra pescivendoli che urlano: Maccioneddu, Pruppu Friscu! O qualcosa di simile. Impieghiamo un giorno per vedere un terzo del Topkapi e spendiamo un paio d’ore dentro la meravigliosa cisterna romana. Ma il nostro must è MANGIARE! Non si contano più le melanzane ripiene ingurgitate, l’humus spalmato nel pane, le pide croccanti a forma di pallone da rugby, le corba di lenticchie, ceci o frutti di mare, i pesci arrostiti, i dolci di mandorle e le baclava al pistacchio. Ettolitri di cay, bevuti prima dopo e durante i pasti. Col cay ti curi anche il raffreddore, che imperterrito come l’inverno si è palesato in vacanza.

Il popolo turco è molto friendly, il genere maschile non è così asfissiante e lascivo come in taluni Paesi arabi, perché loro arabi non sono, ma un mix di etnie diverse: bulgari, armeni, curdi, nomadi. Hanno visi bellissimi, occhi verdi e grandi,  incarnato olivastro e capelli flessuosi. Hanno un governo energico e un’economia fiorente con un capitalismo sbrigliato che mira all’Europa e alla sua Democrazia. Sono andata lì anche per interrogarmi e interrogare i loro sguardi sulle donne, sulla loro condizione in un Paese emergente. Ma l’entusiasmo si è spento al ritorno a casa, quando ho scoperto che donne con la stoffa di Pinar Selek vengono condannate all’ergastolo per terrorismo, senza prove e senza colpa. Mi riesce difficile capirne il sillogismo della sentenza: una fa una tesi sul PKK e automaticamente diventa terrorista? È come dire che Falcone e Borsellino erano dei mafiosi! La democrazia è ancora lontana e la giustizia è una lotteria legalizzata.

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