La sindrome del Bibimbap

Non esiste niente di più problematico che vivere in un Paese di cui non si conosce bene la lingua. É un handicap grandissimo che solo un claudicante che si trascina dietro una gamba sghemba può capire. Ne sa qualcosa Manò che per una settimana, in Corea del Sud, ha dovuto mangiare sempre lo stesso piatto, pranzo e cena! Mentre tutti facevano la fila davanti al bancone del ristorante, lei, scostando la testa, leggeva nomi di piatti impronunciabili, ma di sicuro squisiti. Arrivava il suo turno, mentre decine di coreani premevano e fremevano alle sue spalle e l’unica cosa che le riusciva di dire era: BIBIMBAP! Ha mangiato bibimbap ad arrosciddura! Non si contano le figure di merda fatte in Francia dai miei amici italiani, nei primi tempi del loro soggiorno. Giulia, dal parrucchiere, voleva finalmente tagliarsi i suoi cavalli (confondendo chevaux con cheveux). Tom alla domanda dei suoi colleghi su cosa avesse fatto nelle vacanze natalizie in Italia, ha risposto tutto contento, ch’era stato a cagare con i suoi genitori! Chier invece di skier. A volte la differenza, per il nostro orecchio non allenato ai suoni nasali, è infinitesimale, così può capitare che nel bel mezzo di un discorso serio e pertinente, tutti scoppino a ridere di gusto, e tu vorresti sprofondare al centro della Terra.P1010406

Ma la sindrome del bibimbap è molto di più. É quello scoramento che ti prende quando ti senti sola e straniera, in una città che va di fretta e non si ferma a riflettere. Simmel la descrisse bene, più di un secolo fa quella Metropoli, analizzando gli effetti della modernizzazione, dove le cerchie sociali diventano sempre più disimpegnate, fino ad intersecarsi appena. Così può capitare che nella tua breve lista delle conoscenze, ci infili dentro anche il boulanger, perché ormai, mentre ti incarta l’eclair au pistache, ti sorride, chiedendoti: Ça va, Madame? Bah, ti viene da rispondergli, Sta meglio lei, che tra un po’, con tutto l’argent che gli ho lasciato, può fare di sicuro un remoderning al locale. Io più che sto bene, sono in carne! Ma questo è uno dei motivi principali per cui adoro Parigi: i dolci e le sue leccornie che ti fanno pensare: Se devo morire qui, voglio morire di dolcezza! (mentre il tasso del tuo colesterolo raggiunge cifre improponibili). Però i francesi sono simpatici: ti baciano anche se ti vedono per la prima volta, fottendosene della mano destra che li stai porgendo (quanto siamo formali noi!). Sono più gentili ed educati: è tutto un fiorire di bonjour, s’il vous plait, bonne soireè, eccetterà! E poi si dispiacciono per tutto: Je suis désolé, Madame. Esagerati! Ti ho solo chiesto che ore sono, non importa se hai lasciato a casa l’orologio! In Francia si manifesta per tutto, bloccando traffico e metropolitane: ci sono i Sans Papiers, le Donne contro la violenza, Les lesbiens depassent frontieres. Tutti chiedono i loro diritti. L’altro giorno, ho visto i dipendenti di un noto ristorante italiano, che si sono barricati dentro, in sciopero ad oltranza per l’aumento dei salari. Si rifiutano di sfornare pizze e paste se non viene rinnovato loro il contratto sindacale. E forse qui i sindacati fanno ancora il loro dovere. Un fatto strabiliante è che, il mezzo di locomozione più rapido ed efficace non è il Metrò, come tutti potrebbero pensare, ma il monopattino. Così può capitare di vedere signore attempate che sfrecciano, in bilico su un solo piede, dribblando le centinaia di cacche di cane, che quasi nessun francese raccoglie, credendo di concimare asfalti e marciapiedi. Ma in tutta questa sindrome dello straniero, il destino ha voluto che la mia compagna di banco, al corso di francese, fosse proprio una coreana, tal Hyun-Bi, un’artista quasi sessantenne, che una sera mi ha invitata a cena preparando un delizioso BiBimBap. Da Parigi è tutto (per ora): Vive la France!Hyun-Bi

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