Istanbul Istanbul

IMG_5738

Parto in un una giornata fredda, con una valigia più grande di me, manco mi dovessi trasferire sulle sponde del Bosforo. L’aeroporto di Sabiha Gokcen sta nella parte asiatica della città e ci vogliono 60 km per raggiungere Istanbul: un autobus, un traghetto e un tram nuovo di zecca. Sultanahmet è la parte più vecchia e ricca di storia, intrisa di un fascino che sarà difficile  scordare. La pensione sta proprio lì, dietro l’Aghia Sophia che non è più una chiesa e nemmeno una moschea. È un ibrido bellissimo color pesca fuori e pieno di mosaici dentro, antichi quanto le guerre di Costantinopoli. Arrivo alla pensione con Laura che son già le 20.30, stremata da 20 kg di vestiti che tanto so già che mi metterò sempre e solo quei due, mandando al diavolo l’ultimo straccio di femminilità senile che mi sia rimasto! Il portiere appena mi vede s’illumina, come se fossi l’ultima visione della Madonna. Dico: I’m Barbara! …I know, risponde lui. Bentornata! Mi dice che ci siamo già visti l’anno scorso, e che gli faceva piacere rivedermi. Io rispondo che no, questa è la mia prima volta ad Istanbul e in Turchia. Are you sure? Allora decide che ci siamo visti in un’altra vita, una precedente. Senz’altro! Per la prima settimana mi fa una corte spietata e m’incalza di domande: Sei sposata? Sei innamorata? Hai bambini? Poi si stanca e mi lascia in pace. Per sette giorni c’è un piacevole sole e le temperature sono più miti, ma quando piove e tira vento, vorrei aver prenotato una banalissima settimana a Sharm per abbrustolirmi al sole. Per entrare nelle centinaia di moschee disseminate per la città mi tolgo le scarpe e mi copro la testa, rispettosa dei loro comandamenti. E mi fa male scoprire che non si è tutti uguali davanti a nessun Dio: le donne nascoste dal velo, sono relegate in un angolo minuscolo, separate da una grata e lì devono stare! Ai maschi è concessa invece ampia libertà di movimento. Possono prostrarsi, passeggiare, chiacchierare, chiedere consigli all’Imam. Le donne passandomi accanto, mi sussurrano parole incomprensibili in turco e quando dico che sono italiana, mi guardano incredule: Ma che stai dicendo? C’hai gli occhi e la fronte da turca! In strada gli uomini mi chiedono persino informazioni stradali in turco. I don’t understand! Nessuno sembra convinto. In dodici giorni giriamo in lungo e in largo, tuffandoci nel bazar delle spezie e in quello più grande d’Europa, regalandoci la visione mistica dei Dervisci Rotanti e un bagno turco, dove un’istanbulla mi lava, massaggia e rivolta come un calzino. Un po’ rude, certo, ma efficace, perché esco da lì violata amorevolmente. Andiamo nell’Isola dei Principi alla ricerca della casa di Trotsky, visitiamo il quartiere più integralista di Fatih, percorriamo le antiche mura, ci facciamo un’overdose di arte contemporanea nel Istanbul Modern, ci affacciamo dalla torre di Galata, ci imbattiamo per sbaglio nel Centro Sociale di Nazim Hikmet, torniamo due volte nell’affascinate quartiere asiatico, tra pescivendoli che urlano: Maccioneddu, Pruppu Friscu! O qualcosa di simile. Impieghiamo un giorno per vedere un terzo del Topkapi e spendiamo un paio d’ore dentro la meravigliosa cisterna romana. Ma il nostro must è MANGIARE! Non si contano più le melanzane ripiene ingurgitate, l’humus spalmato nel pane, le pide croccanti a forma di pallone da rugby, le corba di lenticchie, ceci o frutti di mare, i pesci arrostiti, i dolci di mandorle e le baclava al pistacchio. Ettolitri di cay, bevuti prima dopo e durante i pasti. Col cay ti curi anche il raffreddore, che imperterrito come l’inverno si è palesato in vacanza.

Il popolo turco è molto friendly, il genere maschile non è così asfissiante e lascivo come in taluni Paesi arabi, perché loro arabi non sono, ma un mix di etnie diverse: bulgari, armeni, curdi, nomadi. Hanno visi bellissimi, occhi verdi e grandi,  incarnato olivastro e capelli flessuosi. Hanno un governo energico e un’economia fiorente con un capitalismo sbrigliato che mira all’Europa e alla sua Democrazia. Sono andata lì anche per interrogarmi e interrogare i loro sguardi sulle donne, sulla loro condizione in un Paese emergente. Ma l’entusiasmo si è spento al ritorno a casa, quando ho scoperto che donne con la stoffa di Pinar Selek vengono condannate all’ergastolo per terrorismo, senza prove e senza colpa. Mi riesce difficile capirne il sillogismo della sentenza: una fa una tesi sul PKK e automaticamente diventa terrorista? È come dire che Falcone e Borsellino erano dei mafiosi! La democrazia è ancora lontana e la giustizia è una lotteria legalizzata.

IMG_5838 (2)

Annunci

Donegal, Irlanda

Immagine

243Il viaggio comincia nella testa, sostiene Simona Vinci. E a me dev’essere cominciato mentre sguazzavo ancora nel liquido amniotico, rinchiusa nel ventre dell’unica madre che sia mai esistita. Sono felice solo ALTROVE. OVUNQUE! E allora mi programmo un viaggio wwoofer in Irlanda. Il tempo di finire la tesi con le interviste degli ex-prigionieri politici birmani e si parte. Faccio il biglietto, poi la Ryanair ha l’ardire di annullare tutti i viaggi da Verona. Allora ri-faccio il biglietto aspettando il rimborso per il volo mai volato. La famiglia che scelgo e mi sceglie vive a 5 minuti dalla spiaggia, nel Donegal. L’unico elemento mi sembra assolutamente sufficiente. Cosa so di loro? Poco o niente, a parte che il capofamiglia si chiama Heike, che hanno 2 figli di 8 e 16 anni. Per il resto: solo la foto dei loro cani. Cosa andrò a fare? Boh, muretti a secco presumo! Tento invano di migliorare il mio inglese maccheronico: m’immagino già la figura di “My name is Tanino” che farò, ma non c’è nulla che possa spaventarmi. Così il giorno prestabilito prendo il treno per Brescia e faccio un viaggio stipata in 2 metri quadri, nel piccolo atrio vicino alle porte, con altre 17 persone. Le due signore spagnole incollate a me non fanno altro che ripetere: “Que barbaridad! Por Diòs!”. Mentre passiamo nelle campagne della Valle Padania si sente una gran puzza di merda, la vicina si tappa il naso con la sciarpa, io spero sia in atto la putrefazione dei leghisti all together: è l’unica cosa che auspico! Il treno accumula ritardo e perdo l’unica coincidenza con quello per Bergamo. In 4 prendiamo un taxi e passo il tempo incollata al pilota dell’aereo per Cagliari e a un emigrato in Germania, mentre il povero tassista 81enne (ex leghista, salvato in extremis dall’eccidio delle campagne circostanti) si sfoga sull’Italia, le camicie verdi traditrici ed Equitalia. Finalmente raggiungo Orio al Serio, ma per arrivare al Gate faccio solo passi da formica, inglobata nella fiumana nell’era della globalizzazione galoppante. In fila c’è una ragazza indiana di 24 anni che ha voglia di chiacchierare e si lamenta per l’intensa giornata lavorativa che avrà il giorno successivo a Dublino. Mi dice che lavora per la Google Italia e che sono pieni di riunioni e meeting, che fatica! Le risparmio tutte le mie raccolte delle mele con le mani ghiacciate, tutte le pentole che ho lavato al ristorante e le bombole che mi sono caricata sulle spalle per adagiarle nel cofano di uomini tristi e cancarati. Delle pulizie di case che non abiterò mai, delle vecchie stuccature fatte saltare a colpi di piccone alla Certosa di Pavia eccetera eccetera. La renderei solo triste e perdente! Passo una notte in ostello a Dublino e la mattina dopo prendo un autobus per Letterkenny. Lì verrà a prendermi Heike, ma non sa di preciso a che ora. Trascorro un paio d’ore buone a girovagare nel centro commerciale con le valigie sul carrello della spesa: stile italian Stazione Termini Clochard. Poi Heike arriva e non c’ha i baffi, perché il capofamiglia di quella famiglia lì non prevede uomini al di sopra degli 8 anni! In macchina parliamo di tutto, come se ci conoscessimo da sempre. Dal finestrino la vegetazione cambia sovente fino ad arrivare ad una sterminata radura di muschio marroncino, di laghi e di rocce. Le strade si fanno sempre più anguste e la riga di mezzeria è un naturale interminabile ciuffo d’erba o di giunco. Passiamo la cena a raccontarci, sorseggiando un Ripasso Valpolicella: scopriamo che abbiamo molte cose in comune e siamo d’accordo su valori e aspettative. Ridiamo complici e sono passate solo una manciata di ore, dalla prima volta che ci siamo viste. Dormo nella stanza di sua figlia Eyla, perché lei è al college e torna solo nel weekend. Le due settimane trascorrono veloci tra erbacce da estirpare e birre da bere e pisciare, tra spiagge incredibili e mari rabbiosi, tra i suoi amici irlandesi e il vento che già soffia gelido. Giochiamo a nascondino con Neil, ingurgitiamo zuppe calde, ci scaldiamo con la torba. Andiamo a Derry per il vestito di una sorta di Ballo delle Debuttanti che Eyla deve sopportare a fine college. I loro cani sono affettuosi e intelligenti e mi seguono ovunque io vada. E poi c’è il gatto che per me si chiama Mici come tutti i gatti di questo mondo, pronunciato con la vocina stridula che fa Flavia quando va in loop per gli animali della terra : MiC-Ci, MiC-Ci! Sarà la mia rovina: dal primo giorno non mi chiamo più Barbara, ma Mici. E va bene così!

231

Vietnam

Siamo arrivate a Mui Nè Beach e qui è un po’ irreale perché pieno di resort lussuosissimi (vuoti, tra l’altro!) e di Hotel col gusto kitch che solo gli asiatici hanno. La grossa delusione è stata scoprire che la beach non c’era più: l’erosione se l’è inghiottita ed al suo posto ci sono interi lastroni di cemento armato (sennò l’acqua arriverebbe agli hotel). Ovviamente io (testarda come i sardi) mi son tuffata ugualmente, salvo poi grattuggiarmi il culo e un gomito nel cemento rugoso, sbattuta dalle onde… quelle che fanno la felicità di surfisti e kitisti (da kite, quello sport con lo snowboard sotto i piedi e il deltaplano nelle braccia). Abbiamo trovato un ristorantino con sedie di plastica, molto popolare e molto economico, così sto dando sfogo ai piaceri del palato con crostacei e pesce. Ieri abbiamo fatto un’escursione guidata: abbiamo affittato una jeep con un vietnamita sul sedile, che per soli 20 dollari ci ha scorrazzate per 5 ore, portandoci a vedere: dune bianche, canion, dune rosse e altri siti meravigliosi. Nella nostra pensioncina son tutti gentili e riservati. Mi sto sparando spremute di mango e frutti esotici a tutto andare e la birra Saigon costa 50 centesimi di euro.
La cosa incredibile è cosa riescono a trasportare i Vietnamiti sul motorino: ieri ho visto una tv al plasma da 75 pollici, e dietro, in un centimetroquadro, un ragazzino che lo teneva fermo. Oggi ho visto, legato al sellino, un’armadio a 2 ante… ma come cazzo fanno???
Domattina presto partiamo per Dalat, all’interno. Lì vivono i Montagnards, le etnie delle montagne. Ci sarà un po’ di fresco. Dobbiamo anche deciderci su dove passeremo il Tet (il loro capodanno, che cadrà il 13 febbraio notte). In quell’occasione, tanti vietnamiti si metteranno in viaggio per raggiungere i loro cari, le pensioni saranno piene ed i trasporti si fermeranno per qualche giorno.

Chùc Mùng Nam Moi: ovvero Happy New Year‏

Cari amici e fratelli,
finalmente sono nella località più bella e affascinante di tutto il Vietnam: Hoi An. Qui il tempo si è fermato e la guerra non è mai esistita. Eppure la povertà si vende al mercato e per strada. Diversamente dal resto del Paese, ad Hoi An è pieno di vecchiette, che nonostante i loro 80 anni, lavorano ancora. Il cappello a cono è d’obbligo, mentre per le giovani donne in età di marito è doveroso indossare una mascherina (che io pensavo fosse per la polvere) che ti ricopre tutta la faccia e lascia fuori solo gli occhi. In realtà loro la usano per non abbronzarsi: la pelle candida è sinonimo di ricchezza (come era da noi un tempo) e cuocersi la pelle al sole tradirebbe le origini povere e contadine. Le giovani donne si recano spesso nelle pagode e nei templi a pregare il loro Dio che le aiuti a trovare marito. In Vietnam lavorano più che altro le donne (da quando son piccine fin quando non muoiono). Sto fotografando praticamente tutto perchè tutto è degno di essere ricordato: case, strade con lanterne, ponti, fuochi artificiali, ma soprattutto volti, vecchiette, mercati, barche… Vicino al fiume hanno installato un grande palco e cantanti ridicoli e ballerine filiformi hanno intrattenuto la popolazione ed i turisti fino allo scoccare della mezzanotte: finiva l’anno del drago e cominciava quello della tigre. Sul fiume lanterne galleggianti, barche che per pochi dong ti facevano cambiare la prospettiva della festa e poi fuochi d’artificio finali. Pagode e templi aperti a tutte le ore: offerte di ogni sorta con frutta, sigarette, regali, incensi.


Thailandia

Mae Sot, ovvero Little Burma

Cari amici e fratelli,

perdonatemi se è tanto tempo che non vi scrivo e nel frattempo è sopraggiunto un nuovo anno. Quello della fine del mondo (per chi ci crede), ma come disse un mio amico, riferendosi alla crisi italiana e al nostro stupido nuovo anziano governo: “L’unica salvezza è che la profezia della fine del mondo si avveri!”
Intanto le cose vere, reali accadono. I giorni trascorrono caldi, col solo fastidio di miliardi di zanzare onnipresenti e pungenti.  Il progetto con le famiglie procede e si innova tra le tante difficoltà e differenze culturali, religiose e sociali. I birmani non solo credono ai fantasmi, ma li vedono proprio, nelle campagne e nelle case. Ma non hanno paura. Io invece, ho perfino paura dei topi, che ogni notte passeggiano sul tetto di lamiera della nostra casa e talvolta entrano in camera e sbirciano nel mio zaino, buttando giù, nel loro passaggio barattoli di creme e repellenti per zanzare, appoggiati sul comodino.
Se i giorni sono intrisi di sorrisi birmani, spesso macchiati dal rosso della noce di betel, le notti trascorrono spesso insonni, disturbate dai topi anzidetti, dagli interminabili concerti gospel degli ululati dei cani randagi, dai gatti in calore, dai gechi cacciatori e da stupidi galli senza orologio.
2012 baci, distribuiti equamente.
Mae La Camp
Cari amici e fratelli,
il viaggio continua. Siamo tornate a Chiang Mai e dopodomani tenteremo di arrivare in Birmania. Ogni giorno centinaia e migliaia di profughi scappano da quella terra bellissima, governata dai tiranni, per vivere di stenti altrove. Pochi davvero riescono a cambiare vita e renderla migliore e talvolta, come è in uso dire da noi, passano dalla padella alla brace. Tutte le migliaia di persone, per esempio, che vivono nei campi profughi. Certo, non stanno più ai lavori forzati, nè devono sottostare ai padroni, ma non si può certo affermare che siano liberi! Quando ho visitato Mae La (il campo profughi più grande di tutta la Thailandia), ho visto visi che mai dimenticherò, alcuni felici, nonostante tutto, alcuni rassegnati e impotenti. Stanno chiusi in un esteso recinto e all’interno vivono in baracche di legno costruite a palafitta. Dentro il campo hanno l’essenziale: i negozietti di frutta, snack, la macelleria senza sistema di refrigerazione, la parrucchiera che propone un taglio alla Britney Spears. Ma fuori dal recinto non possono nemmeno attraversare la strada, pena l’arresto! Vivono con tutta la dignità che hanno dentro, tirando fuori tutta la loro forza d’animo, coltivando la speranza che qualcuno li liberi da un incubo lungo una vita. Ho incontrato una vecchietta, che ha voluto stringermi la mano, pensando fossi una giornalista. Ne ho abbracciato un’altra che aveva il certificato dell’UNHCR, che attestava il suo stato di profuga per motivi politici, ma dal 1993 ancora stava lì. Stringeva in mano un biglietto da 50 bath (poco più di un euro) e voleva darlo al monaco per tirarla fuori da lì.Non so se avrò modo di scrivervi dalla Birmania, sono rimasti ad un’economia contadina e la tecnologia è qualcosa di molto lontano, come la libertà. Tenteremo il più possibile di non sovvenzionare il governo, cercando pensioncine a conduzione familiare, anche se poi, purtroppo, sempre, gran parte dei soldi spesi dai turisti, vanno a rimpinguare le casse dello Stato, lasciando il popolo nella più cruda miseria e nella completa ignoranza su ciò
che sta fuori dai confini.

Birmania

Cari amici e fratelli,

so che è tanto che non vi scrivo, ma qui in Birmania il tempo sembra essersi fermato. E in questo tempo, non esiste il roaming, ne’ internet e le comodita’ occidentali (compresi gli accenti sulla tastiera!). In compenso non ho mai incontrato un popolo cosi’ puro, cosi’ fiero, cosi’ friendly. Tutti ti salutano per strada, allargando sorrisi e sguardi profondi. Ancora esistono bambini che quando passa il treno, gli corrono incontro agitando le mani. Da Yangon a Pyay, 9 ore di treno con sedili da vecchio Far West, abbiamo attraversato campagne, villaggi e terra brulla di fango per fare mattoni. In treno puoi ascoltare la techno dalla radiolina del vicino e comprare ogni sorta di cibarie. Perche’ quando il treno si ferma, nelle stazioni salgono donne e ragazzini con pentoloni e piatti e posate. Dal cherry di pollo alle samosa, dai mandarini alle caraffe di the’. Qui l’ospitalita’ è un invito gustoso a pranzo, con le vecchiette che ti cantano Gingle Bells. Te ne vai con la pancia piena ed il cuore stracolmo. Non fanno altro che riempirti di complimenti, e tu ti senti lusingata e giovane: YOU ARE VERY BEAUTIFUL! YOU ARE SO NICE! Pero’ quando la vecchietta mi ha detto: I LOVE YOU SO MUCH. AND MY SON LOVE YOU SO MUCH…. ho capito che loro sfoggiano tutte le poche parole che sanno! Allora ho capito anche che, non è che mi trovassero davvero bella! Pazienza!
Addirittura 2 vecchiette per strada, estremamente comunicative, ma senza la conoscenza dell’inglese, mi hanno guardato sorridendo e mi hanno detto: THANK YOU! Solo questo. Sapevano solo quella parola li’!
L’Arakan State è un mix di birmani, rakhine, indiani, bengalesi, musulmani. Tutti vogliono farsi fotografare per poi guardarsi nel piccolo schermo. Mrauk-U, antica capitale, è un villaggio colorato immerso nelle rovine di decine e decine di pagode. In un villaggio mi hanno invitato ad entrare a casa di qualcuno, in tutta fretta. Poi una donna mi ha soppesato le tette e mi ha fatto capire di seguirla. Allora siamo entrate in una stanza dove c’era una giovane ragazza e un minuscolo bambino che avra’ avuto al massimo 3 giorni. La mamma non aveva latte per allattarlo quindi lo chiedevano a me. Ma io ho mimato che non ho figli e di conseguenza neppure latte. Mi hanno guardato stupiti e so che se avessimo parlato la stessa lingua mi avrebbero detto: ALLORA CHE TE NE FAI DI TUTTE QUELLE TETTE????? E come dargli torto? Me lo chiedo sempre anch’io! Gli ho dato dei soldini per il latte in polvere, altro non potevo fare.
A Sittwe le mucche passeggiano per strada, insieme ai cani e alle galline. Li’ ho incontrato Kyaw Nyein Hlaing (sembra lungo ma suona quasi come Johnny), un gentleman di 22 anni che stava imparando l’inglese. Dolcissimo ed educatissimo. Siamo rimasti insieme 2 gg in tutto, ma quando mi ha accompagnato al piccolo aeroporto, non la smetteva piu’ di piangere. Una volta seduta in aereo potevo scorgerlo dal finestrino: aveva una mano sugli occhi per proteggersi dal sole, ancora li’ a dirmi: I ALWAYS REMEMBER YOU! Roba che ti potresti anche innamorare, avendoci vent’anni di meno, of course!
Adesso sono a Hpa-An capitale dello Stato Karen. Domani voglio andare al mercato, per vedere se incontro quello strano signore che cura le malattie della pelle con la polvere di scimmia e le zampette dei millepiedi.
Sempre se gli spiriti vogliono!

Laos

Cari amici e fratelli,

eccomi in Laos. Vientiane è una minuscola capitale, sonnacchiosa e polverosa. In continua espansione per stare dietro ai tempi della globalizzazione. I conducenti di tuk-tuk (ve la ricordate l’ape cross?) fermi agli angoli delle strade, vogliono venderti, con la stessa insistenza, un po’ di marjuana o una pistola. Certo io non ho comprato nè l’uno, nè l’altro! Dopo qualche giorno abbiamo cominciato a salire verso il nord, così siamo capitate a Vang Vieng: un incrocio di strade chiassose. Non sembra nemmeno il Laos e la guida ti metteva in guardia: orde di ventenni sballati che non hanno niente di meglio da fare che guardarsi vecchie serie di Friends, accasciati nei locali. Oppure praticano il tubing, ovvero scendere le piccole rapide del fiume sopra una camera d’aria di camion… sempre sballati, of course! Ovviamente siamo scappate: Dio ce ne scampi e liberi! Non prima però di aver perlustrato la zona circostante, ricca di faraglioni, grotte profonde e lagune dove poter sguazzare nell’acqua.
Poi finalmente siamo giunte a Luang Prabang, un gioiellino di città. Si snoda lungo il fiume, è piena zeppa di templi buddisti e ha un mercato notturno allestito dalle diverse etnie che vivono qui, soprattutto Hmong; dove puoi trovare raffinati tessuti in seta, gioielli antichi e reperti storici di indiscusso valore. Peccato per il mio badget limitato.
Le strade che si snodano per tutto il Laos sono solo “curvose”, non c’è un rettilineo neanche a pagarlo! Si inerpicano per le montagne e le ridiscendono. La media degli autobus scassati è di 30 Km/h, così per fare 300 km ci impieghi tutto il giorno. E lungo le strade: dirupi e gole. A parte i grossi (per modo di dire) centri abitati, i villaggi spesso sono costituiti da poche capanne in legno disseminate lungo le strade tortuose. Ho visto milioni di bambini, dal finestrino, che giocavano o lavoravano. Molti piccolissimi di 2 o 3 anni che sulla schiena portavano bambini ancora più piccoli. Incredibile! Di certo ha un tasso di natalità ben più alto del nostro.
Poi siamo andati qualche giorno a visitare la Piana delle Giare, il campo di battaglia della Secret War. E lì oltre alle giare, abbiamo visitato un villaggio Hmong, per renderci conto di come vivono, di come sono formate le piccole comunità. Siamo state accolte da decine di bambini, bellissimi e sporchissimi. I più piccoli piangevano come se avessero visto un 2 mostri! Ma gli altri ridevano contenti. Con una piccola bambina ho fatto un video dove lei ripete: Cia-o e Ajò.
Poi al negozietto (giusto un baracchino) del villaggio, abbiamo comprato dei wafer e li abbiamo distribuiti. Abbiamo capito che molti stupidi turisti sono più interessati al villaggio del whisky, tappa obbligata dei tour cuciti apposta per gli occidentali. Non sanno cosa si sono persi!
Il Laos vanta il più alto tasso di ordigni inesplosi, così mediamente all’anno 50-60 persone (tra cui molti bambini) ci lasciano una mano, un’occhio o un piede. Nonostante la guerra sia finita da decenni, gli ordigni sono la principale causa di povertà del Laos. Perché i contadini non possono coltivare, perché le insidie son dappertutto: sotto il terreno, dentro gli alberi, dentro le cave. Alcune bombe hanno la forma di una pallina da tennis, così tradiscono i bambini come un giocattolo mortale. Quando i laotiani riescono a disinnescarle, utilizzano gli involucri delle grandi bombe come vasi per i fiori, ornamenti per la casa o pali per sostenerla.
Domani lasciamo Luang Prabang, ma invece di prendere l’autobus, prendiamo una lenta barca che ci mette 2 giorni per arrivare al confine thailandese. Speriamo bene!
Vi bacio tutti.