Camille Claudel: tra genio e amor negato

Bambole Spettinate Diavole del Focolare

ImmagineSi dice che la genialità vada spesso a braccetto con la follia. Ma il genio di Camille Claudel, una delle più grandi scultrici a cavallo tra l’800 e il ‘900 ha qualcosa di incommensurabile se rapportato alla sua instabilità mentale. È la storia di una donna dall’animo vivace e dalle mani sapienti, che fin dalla tenera età, sanno plasmare corpi di bronzo e di marmo, con una forza che non si addice ad una ragazzina di 14 anni. Camille nasce a Fères-en-Tardenois, piccola città dell’Aisne, in Francia, l’8 dicembre del 1864, lo stesso giorno del compleanno della madre Louise-AthanaiseCerveaux. Solamente un anno prima, la madre perse il suo primogenito, vissuto solo 15 giorni. Un figlio che Camille non riuscirà mai a sostituire. Nel 1881 il padre, l’unico della famiglia attratto dal suo talento, le permette di recarsi a Parigi per studiare le arti all’Accademia Colarossi. Suo maestro sarà Alfred…

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La sindrome del Bibimbap

Non esiste niente di più problematico che vivere in un Paese di cui non si conosce bene la lingua. É un handicap grandissimo che solo un claudicante che si trascina dietro una gamba sghemba può capire. Ne sa qualcosa Manò che per una settimana, in Corea del Sud, ha dovuto mangiare sempre lo stesso piatto, pranzo e cena! Mentre tutti facevano la fila davanti al bancone del ristorante, lei, scostando la testa, leggeva nomi di piatti impronunciabili, ma di sicuro squisiti. Arrivava il suo turno, mentre decine di coreani premevano e fremevano alle sue spalle e l’unica cosa che le riusciva di dire era: BIBIMBAP! Ha mangiato bibimbap ad arrosciddura! Non si contano le figure di merda fatte in Francia dai miei amici italiani, nei primi tempi del loro soggiorno. Giulia, dal parrucchiere, voleva finalmente tagliarsi i suoi cavalli (confondendo chevaux con cheveux). Tom alla domanda dei suoi colleghi su cosa avesse fatto nelle vacanze natalizie in Italia, ha risposto tutto contento, ch’era stato a cagare con i suoi genitori! Chier invece di skier. A volte la differenza, per il nostro orecchio non allenato ai suoni nasali, è infinitesimale, così può capitare che nel bel mezzo di un discorso serio e pertinente, tutti scoppino a ridere di gusto, e tu vorresti sprofondare al centro della Terra.P1010406

Ma la sindrome del bibimbap è molto di più. É quello scoramento che ti prende quando ti senti sola e straniera, in una città che va di fretta e non si ferma a riflettere. Simmel la descrisse bene, più di un secolo fa quella Metropoli, analizzando gli effetti della modernizzazione, dove le cerchie sociali diventano sempre più disimpegnate, fino ad intersecarsi appena. Così può capitare che nella tua breve lista delle conoscenze, ci infili dentro anche il boulanger, perché ormai, mentre ti incarta l’eclair au pistache, ti sorride, chiedendoti: Ça va, Madame? Bah, ti viene da rispondergli, Sta meglio lei, che tra un po’, con tutto l’argent che gli ho lasciato, può fare di sicuro un remoderning al locale. Io più che sto bene, sono in carne! Ma questo è uno dei motivi principali per cui adoro Parigi: i dolci e le sue leccornie che ti fanno pensare: Se devo morire qui, voglio morire di dolcezza! (mentre il tasso del tuo colesterolo raggiunge cifre improponibili). Però i francesi sono simpatici: ti baciano anche se ti vedono per la prima volta, fottendosene della mano destra che li stai porgendo (quanto siamo formali noi!). Sono più gentili ed educati: è tutto un fiorire di bonjour, s’il vous plait, bonne soireè, eccetterà! E poi si dispiacciono per tutto: Je suis désolé, Madame. Esagerati! Ti ho solo chiesto che ore sono, non importa se hai lasciato a casa l’orologio! In Francia si manifesta per tutto, bloccando traffico e metropolitane: ci sono i Sans Papiers, le Donne contro la violenza, Les lesbiens depassent frontieres. Tutti chiedono i loro diritti. L’altro giorno, ho visto i dipendenti di un noto ristorante italiano, che si sono barricati dentro, in sciopero ad oltranza per l’aumento dei salari. Si rifiutano di sfornare pizze e paste se non viene rinnovato loro il contratto sindacale. E forse qui i sindacati fanno ancora il loro dovere. Un fatto strabiliante è che, il mezzo di locomozione più rapido ed efficace non è il Metrò, come tutti potrebbero pensare, ma il monopattino. Così può capitare di vedere signore attempate che sfrecciano, in bilico su un solo piede, dribblando le centinaia di cacche di cane, che quasi nessun francese raccoglie, credendo di concimare asfalti e marciapiedi. Ma in tutta questa sindrome dello straniero, il destino ha voluto che la mia compagna di banco, al corso di francese, fosse proprio una coreana, tal Hyun-Bi, un’artista quasi sessantenne, che una sera mi ha invitata a cena preparando un delizioso BiBimBap. Da Parigi è tutto (per ora): Vive la France!Hyun-Bi

Quando le femmine non potevano correre

É andata così: siamo nel 1982 e io ho 10 anni. É il mio anno: tocca a me andare in vacanza con la zia, che ha 46 anni e non si è ancora sposata. Per la prima volta prendo la nave e attraverso quel mare che mi separa dal mondo. Non m’importa che sia verde cristallino: mi isola, mi affoga di solitudine. Poi prendiamo tre treni e un autobus di provincia e in 2 giorni arriviamo a Ossana. É un paese mille volte più piccolo del mio, ma sembra di essere catapultati nel mondo di Heidi. Prati verdi, bambini biondi e distanze cortissime. Puoi andare a piedi in un altro paese e poi un altro ancora. Hanno nomi strani: Cusano, Pellizzano, Mezzana. Puoi giocare per strada perché in tutto il giorno passeranno sì e no cinque macchine. Però se ti scappa il pallone sono guai: devi correre più veloce della forza di gravità, sennò la palla rotola giù nella discesa. A Ossana c’è solo una chiesa, un cimitero, un bar, un parco verdissimo e poche case di montagna. Ma a Cusano c’è la festa e mio cugino Carlo correrà alla gara campestre. Voglio correre anch’io, ma lui mi dice che le femmine non possono partecipare. Non posso crederci, è un’ingiustizia! Perché, le femmine non ce le hanno due gambe? Allora vado a Cusano e chiedo spiegazioni al banchetto dove ci si deve iscrivere.

– Mio cugino dice che le femmine non possono partecipare! Vorrei sapere perché?!

La signora ride di gusto.

– Certo che possono partecipare!

– Quanto costa l’iscrizione?

– 500 lire.

– Allora torno subito.

Faccio la salita che separa Cusano da Ossana di corsa. Io non ho mai partecipato a nessuna gara e non m’importa nemmeno di correre. M’importa solo che le femmine possano fare esattamente le stesse cose dei maschi. O quasi. E se è vero che non posso pisciare in piedi, contro un albero, almeno posso correre. Torno a casa trafelata.

– Zia dammi 500 lire!

– A che ti servono?

– Devo iscrivermi alla gara campestre.

Mi ficco le 500 lire in un calzino e torno alla festa di corsa (così mi alleno). Poi mi ricordo che io non ho nemmeno le scarpe da ginnastica. Me le presterà Anna, la sorella di Carlo, ma ha due numeri in meno di me. É mezzogiorno, la gara è prevista nel tardo pomeriggio. Torno a casa, sempre in salita.

– Che ne hai fatto delle 500 lire? – Chiede zia – Carlo dice che la corsa è solo per i maschi!

– Ai maschi si credono anche le bugie! – protesto.

Carlo è furioso. Torniamo alla festa, per partecipare. Lui va avanti e non mi aspetta. Alla partenza mi appiccicano un numero al petto, con uno spillo. Si corre per un chilometro o due. Fischio d’inizio. Tutti scattano in avanti e scatto anch’io. Mi ricordo che durante il percorso cado in una grande pozzanghera. Però non m’importa. Mi rialzo: sono una femmina e posso correre! Questo è il mio pensiero felice. All’arrivo mi strappano il numero. Si sparge la voce che Carlo sia arrivato primo. Torno a casa, lurida di fango. Dopo averla pregata in tredici lingue del mondo, zia mi permette di andare alla premiazione, prevista per la sera, ma solo sotto la supervisione di Carlo. Dal palco annunciano il primo assoluto: mio cugino sale su e fiero impugna la sua coppa. Si becca gli applausi e le ovazioni. Poi l’altoparlante dice: Prima classificata delle femmine Livi Barbara. L’unica cosa che penso è: Toh! Una che si chiama quasi come me! Ma le ragazzine che mi conoscono per nome e cognome mi dicono:

– Vai! Guarda che sei tu!

– Ma no, dico, sono pure caduta nella pozzanghera! E poi io mi chiamo Lixi Barbara.

Ma loro insistono che non c’è nessuna nella Valle che si chiami così. Mi spingono a forza sul palco. Io, emozionata fino alle vesciche dei piedi, che le scarpe di Anna mi hanno procurato, mi lascio mettere la medaglia al collo. E non la smetto più di ringraziare, mentre discendo gli scalini, per tornare nella folla. Allora dal palco mi richiamano: E la coppa, non la vuoi? 

Da quel giorno, nel piccolo mondo che abito, non ho mai smesso di lottare per i diritti delle donne e di battermi per le differenze di genere.

Istanbul Istanbul

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Parto in un una giornata fredda, con una valigia più grande di me, manco mi dovessi trasferire sulle sponde del Bosforo. L’aeroporto di Sabiha Gokcen sta nella parte asiatica della città e ci vogliono 60 km per raggiungere Istanbul: un autobus, un traghetto e un tram nuovo di zecca. Sultanahmet è la parte più vecchia e ricca di storia, intrisa di un fascino che sarà difficile  scordare. La pensione sta proprio lì, dietro l’Aghia Sophia che non è più una chiesa e nemmeno una moschea. È un ibrido bellissimo color pesca fuori e pieno di mosaici dentro, antichi quanto le guerre di Costantinopoli. Arrivo alla pensione con Laura che son già le 20.30, stremata da 20 kg di vestiti che tanto so già che mi metterò sempre e solo quei due, mandando al diavolo l’ultimo straccio di femminilità senile che mi sia rimasto! Il portiere appena mi vede s’illumina, come se fossi l’ultima visione della Madonna. Dico: I’m Barbara! …I know, risponde lui. Bentornata! Mi dice che ci siamo già visti l’anno scorso, e che gli faceva piacere rivedermi. Io rispondo che no, questa è la mia prima volta ad Istanbul e in Turchia. Are you sure? Allora decide che ci siamo visti in un’altra vita, una precedente. Senz’altro! Per la prima settimana mi fa una corte spietata e m’incalza di domande: Sei sposata? Sei innamorata? Hai bambini? Poi si stanca e mi lascia in pace. Per sette giorni c’è un piacevole sole e le temperature sono più miti, ma quando piove e tira vento, vorrei aver prenotato una banalissima settimana a Sharm per abbrustolirmi al sole. Per entrare nelle centinaia di moschee disseminate per la città mi tolgo le scarpe e mi copro la testa, rispettosa dei loro comandamenti. E mi fa male scoprire che non si è tutti uguali davanti a nessun Dio: le donne nascoste dal velo, sono relegate in un angolo minuscolo, separate da una grata e lì devono stare! Ai maschi è concessa invece ampia libertà di movimento. Possono prostrarsi, passeggiare, chiacchierare, chiedere consigli all’Imam. Le donne passandomi accanto, mi sussurrano parole incomprensibili in turco e quando dico che sono italiana, mi guardano incredule: Ma che stai dicendo? C’hai gli occhi e la fronte da turca! In strada gli uomini mi chiedono persino informazioni stradali in turco. I don’t understand! Nessuno sembra convinto. In dodici giorni giriamo in lungo e in largo, tuffandoci nel bazar delle spezie e in quello più grande d’Europa, regalandoci la visione mistica dei Dervisci Rotanti e un bagno turco, dove un’istanbulla mi lava, massaggia e rivolta come un calzino. Un po’ rude, certo, ma efficace, perché esco da lì violata amorevolmente. Andiamo nell’Isola dei Principi alla ricerca della casa di Trotsky, visitiamo il quartiere più integralista di Fatih, percorriamo le antiche mura, ci facciamo un’overdose di arte contemporanea nel Istanbul Modern, ci affacciamo dalla torre di Galata, ci imbattiamo per sbaglio nel Centro Sociale di Nazim Hikmet, torniamo due volte nell’affascinate quartiere asiatico, tra pescivendoli che urlano: Maccioneddu, Pruppu Friscu! O qualcosa di simile. Impieghiamo un giorno per vedere un terzo del Topkapi e spendiamo un paio d’ore dentro la meravigliosa cisterna romana. Ma il nostro must è MANGIARE! Non si contano più le melanzane ripiene ingurgitate, l’humus spalmato nel pane, le pide croccanti a forma di pallone da rugby, le corba di lenticchie, ceci o frutti di mare, i pesci arrostiti, i dolci di mandorle e le baclava al pistacchio. Ettolitri di cay, bevuti prima dopo e durante i pasti. Col cay ti curi anche il raffreddore, che imperterrito come l’inverno si è palesato in vacanza.

Il popolo turco è molto friendly, il genere maschile non è così asfissiante e lascivo come in taluni Paesi arabi, perché loro arabi non sono, ma un mix di etnie diverse: bulgari, armeni, curdi, nomadi. Hanno visi bellissimi, occhi verdi e grandi,  incarnato olivastro e capelli flessuosi. Hanno un governo energico e un’economia fiorente con un capitalismo sbrigliato che mira all’Europa e alla sua Democrazia. Sono andata lì anche per interrogarmi e interrogare i loro sguardi sulle donne, sulla loro condizione in un Paese emergente. Ma l’entusiasmo si è spento al ritorno a casa, quando ho scoperto che donne con la stoffa di Pinar Selek vengono condannate all’ergastolo per terrorismo, senza prove e senza colpa. Mi riesce difficile capirne il sillogismo della sentenza: una fa una tesi sul PKK e automaticamente diventa terrorista? È come dire che Falcone e Borsellino erano dei mafiosi! La democrazia è ancora lontana e la giustizia è una lotteria legalizzata.

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Donegal, Irlanda

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243Il viaggio comincia nella testa, sostiene Simona Vinci. E a me dev’essere cominciato mentre sguazzavo ancora nel liquido amniotico, rinchiusa nel ventre dell’unica madre che sia mai esistita. Sono felice solo ALTROVE. OVUNQUE! E allora mi programmo un viaggio wwoofer in Irlanda. Il tempo di finire la tesi con le interviste degli ex-prigionieri politici birmani e si parte. Faccio il biglietto, poi la Ryanair ha l’ardire di annullare tutti i viaggi da Verona. Allora ri-faccio il biglietto aspettando il rimborso per il volo mai volato. La famiglia che scelgo e mi sceglie vive a 5 minuti dalla spiaggia, nel Donegal. L’unico elemento mi sembra assolutamente sufficiente. Cosa so di loro? Poco o niente, a parte che il capofamiglia si chiama Heike, che hanno 2 figli di 8 e 16 anni. Per il resto: solo la foto dei loro cani. Cosa andrò a fare? Boh, muretti a secco presumo! Tento invano di migliorare il mio inglese maccheronico: m’immagino già la figura di “My name is Tanino” che farò, ma non c’è nulla che possa spaventarmi. Così il giorno prestabilito prendo il treno per Brescia e faccio un viaggio stipata in 2 metri quadri, nel piccolo atrio vicino alle porte, con altre 17 persone. Le due signore spagnole incollate a me non fanno altro che ripetere: “Que barbaridad! Por Diòs!”. Mentre passiamo nelle campagne della Valle Padania si sente una gran puzza di merda, la vicina si tappa il naso con la sciarpa, io spero sia in atto la putrefazione dei leghisti all together: è l’unica cosa che auspico! Il treno accumula ritardo e perdo l’unica coincidenza con quello per Bergamo. In 4 prendiamo un taxi e passo il tempo incollata al pilota dell’aereo per Cagliari e a un emigrato in Germania, mentre il povero tassista 81enne (ex leghista, salvato in extremis dall’eccidio delle campagne circostanti) si sfoga sull’Italia, le camicie verdi traditrici ed Equitalia. Finalmente raggiungo Orio al Serio, ma per arrivare al Gate faccio solo passi da formica, inglobata nella fiumana nell’era della globalizzazione galoppante. In fila c’è una ragazza indiana di 24 anni che ha voglia di chiacchierare e si lamenta per l’intensa giornata lavorativa che avrà il giorno successivo a Dublino. Mi dice che lavora per la Google Italia e che sono pieni di riunioni e meeting, che fatica! Le risparmio tutte le mie raccolte delle mele con le mani ghiacciate, tutte le pentole che ho lavato al ristorante e le bombole che mi sono caricata sulle spalle per adagiarle nel cofano di uomini tristi e cancarati. Delle pulizie di case che non abiterò mai, delle vecchie stuccature fatte saltare a colpi di piccone alla Certosa di Pavia eccetera eccetera. La renderei solo triste e perdente! Passo una notte in ostello a Dublino e la mattina dopo prendo un autobus per Letterkenny. Lì verrà a prendermi Heike, ma non sa di preciso a che ora. Trascorro un paio d’ore buone a girovagare nel centro commerciale con le valigie sul carrello della spesa: stile italian Stazione Termini Clochard. Poi Heike arriva e non c’ha i baffi, perché il capofamiglia di quella famiglia lì non prevede uomini al di sopra degli 8 anni! In macchina parliamo di tutto, come se ci conoscessimo da sempre. Dal finestrino la vegetazione cambia sovente fino ad arrivare ad una sterminata radura di muschio marroncino, di laghi e di rocce. Le strade si fanno sempre più anguste e la riga di mezzeria è un naturale interminabile ciuffo d’erba o di giunco. Passiamo la cena a raccontarci, sorseggiando un Ripasso Valpolicella: scopriamo che abbiamo molte cose in comune e siamo d’accordo su valori e aspettative. Ridiamo complici e sono passate solo una manciata di ore, dalla prima volta che ci siamo viste. Dormo nella stanza di sua figlia Eyla, perché lei è al college e torna solo nel weekend. Le due settimane trascorrono veloci tra erbacce da estirpare e birre da bere e pisciare, tra spiagge incredibili e mari rabbiosi, tra i suoi amici irlandesi e il vento che già soffia gelido. Giochiamo a nascondino con Neil, ingurgitiamo zuppe calde, ci scaldiamo con la torba. Andiamo a Derry per il vestito di una sorta di Ballo delle Debuttanti che Eyla deve sopportare a fine college. I loro cani sono affettuosi e intelligenti e mi seguono ovunque io vada. E poi c’è il gatto che per me si chiama Mici come tutti i gatti di questo mondo, pronunciato con la vocina stridula che fa Flavia quando va in loop per gli animali della terra : MiC-Ci, MiC-Ci! Sarà la mia rovina: dal primo giorno non mi chiamo più Barbara, ma Mici. E va bene così!

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